Alexis Tsipras e Barbara Spinelli a “In 1/2 h” di Lucia Annunziata

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ACT: i giovani da tutta Italia a Roma il 2 marzo per sostenere Tsipras

ACT

Il 2 marzo parte la campagna ACT – Agire Costruire Trasformare, con un’assemblea che si terrà dalle 10 presso la Città dell’Altra Economia (Largo Dino Frisullo) a Roma e che accoglierà giovani da tutta Italia per costruire un’AltraEuropa

ACT è una campagna lanciata da ragazze e ragazzi studenti, lavoratori, precari che vogliono sostenere attivamente il percorso della Lista L’Altra Europa con Tsipras per costruire tutti insieme un percorso di partecipazione collettiva vera e concreta, che sappia rendere le nuove generazioni protagoniste del cambiamento,  a partire dalla lotta alla precarietà e la disoccupazione giovanile,  promuovendo la costruzione di un nuovo welfare e la difesa del sapere libero e dei diritti per tutti.

L’Europa è lo spazio, fisico e culturale, in cui siamo cresciuti.

ACT è la campagna della generazione che ha fatto l’Erasmus, di chi non ha bisogno di convertire mentalmente in lire i prezzi in euro, di chi si è trovato a lavorare per brevi o lunghi periodi dall’altra parte del continente, di chi, emigrando, ha fatto dell’Europa la sua casa. Ma anche la generazione che ha visto gli obiettivi di “piena e buona occupazione” di Lisbona trasformarsi in politiche dell’austerity, della recessione e della disoccupazione di massa.

ACT è la campagna della generazione precaria alla quale è stato prima promesso il futuro e poi negato il presente.

In questi anni molti della nostra generazione hanno animato la vita civile del nostro paese in tanti modi: siamo stati in piazza per rivendicare l’accesso ai saperi, un lavoro libero dalla precarietà, un sistema di welfare all’altezza del mondo in cui viviamo. Abbiamo dato il nostro contributo nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro. Anche se troppo spesso ci siamo scontrati con una politica chiusa, isolata, sorda alle richieste di cambiamento.

La proposta di una lista di cittadinanza politica per l’Altra Europa, collegata alla candidatura di Alexis Tsipras a Presidente della Commissione Europea alle prossime elezioni europee del 25-26 maggio, rappresenta un’occasione importante per sperimentare in un campo nuovo le pratiche di partecipazione politica dal basso che ci hanno caratterizzato in questi anni di impegno e speranza.

Costruire un’altra Europa è necessario per concretizzare il cambiamento che sogniamo da anni, per invertire la rotta delle politiche che ci hanno portato fin qui, perché cambiare la rotta significa poter cambiare le nostre vite.

Perché questo sia possibile, c’è bisogno di noi e di tutti coloro che negli ultimi anni hanno perso l’entusiasmo dell’impegno, della partecipazione, del voto e del sostegno a un progetto politico per cui valesse la pena spendersi. Non possiamo più restare alla finestra a guardare una politica dalla quale non ci sentiamo pienamente rappresentati.

Quello che stiamo lanciando è un percorso aperto, che funzionerà se vivrà in decine e centinaia di laboratori, iniziative, proposte, a partire dall’esperienza quotidiana, individuale e collettiva, di ognuno di noi. Intrecciamo storie diverse e diverse esperienze, per progettare un destino comune, fatto di libertà ed uguaglianza.

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Marco Revelli apre la campagna di Tsipras ad Atene

da: il manifesto

Marco Revelli, 18.2.2014

Apri/Scarica pdf: marco-revelli-apre-la-campagna-di-tsipras-ad-atene

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L’Altra Europa con Tsipras

Il testo integrale della lettera con cui Alexis Tsipras accetta di essere candidato alla Presidenza europea per la lista della società civile proposta da Andrea Camilleri, Paolo Flores d’Arcais, Luciano Gallino, Marco Revelli, Barbara Spinelli e Guido Viale.

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di Alexis Tsipras

Atene, 24.01.2014

Care compagne e compagni,

Volevo prima di tutto ringraziarvi per la vostra fiducia e l’onore che avere dimostrato per me, SYRIZA e il Partito della Sinistra Europea proponendomi di mettermi in primo piano in una lista in Italia.

Una proposta che rappresenta un riconoscimento morale per le nostre lotte dall’inizio della crisi in Grecia e il nostro tentativo di internazionalizzare il problema nell’Europa del Sud.
Una proposta che metta al completo quella del Partito della Sinistra Europea per la mia candidatura per la presidenza della Commissione Europea.

In Grecia, in Italia e nell’Europa del Sud in genere siamo testimoni di una crisi senza precedenti, che è stata imposta attraverso una dura austerità che ha fatto esplodere a livelli storici la disoccupazione, ha dissolto lo stato sociale e annullato i diritti politici, economici, sociali e sindacali conquistati. Questa crisi distrugge ogni cosa che tocca: la società, l’economia, l’ambiente, gli uomini.

“L’Europa è stata il regno della fantasia e della creatività. Il regno dell’arte”, ci ha insegnato Andrea Camilleri, per finire in “un colpo di stato di banchieri e governi”, come ha aggiunto Luciano Gallino.

Questa Europa siamo chiamati a rovesciare partendo dalle urne il 25 di maggio nelle elezioni per il Parlamento Europeo. Scommettendo sulla ricostruzione di una Europa democratica, sociale e solidale.

La vostra proposta per l’unità, aperta e senza esclusioni, della sinistra sociale e politica anche in Italia rappresenta uno prezioso strumento per cambiare gli equilibri nell’Europa del Sud e in modo più generale in Europa.

SYRIZA ed io personalmente sosteniamo che l’unità della sinistra con i movimenti ed i cittadini che colpisce la crisi rappresentano il migliore lievito per il rovesciamento. È la condizione necessaria per cambiare le cose.

La vostra proposta per la creazione di una lista aperta, democratica e partecipativa della sinistra italiana, dei movimenti e della società civile in Italia per le elezioni europarlamentari di maggio, con l’obiettivo di appoggiare la mia candidatura per la Presidenza della Commissione Europea, può rappresentare sotto condizioni un tentativo di speranza e con successo.

Prima condizione è che questa lista si costituisce dal basso, con l’iniziativa dei movimenti, degli intellettuali, della società civile.

Seconda condizione è di non escludere nessuno. Si deve chiamare di partecipare e di sostenerla prima di tutto i semplici cittadini, ma anche tutte le associazioni e le forze organizzate che lo vogliono.

Terza condizione è di avere speciale e unico scopo di rafforzare i nostri sforzi in queste elezioni europee per cambiare gli equilibri in Europa a favore delle forze del lavoro contro le forze del capitale e dei mercati. Di difendere l’Europa dei popoli, di mettere freno all’austerità che distrugge la coesione sociale. Di rivendicare di nuovo la democrazia.

L’esperienza di Syriza in Grecia ci ha insegnato che in tempi di crisi e di catastrofe sociale, come oggi, è di sinistra, radicale, progressista ogni cosa che unisce e non divide.

Solo se facciamo tutti insieme un passo indietro, per muoversi tutti insieme molti passi in avanti, potremmo cambiare le vite degli uomini.

In un quadro del genere anche il mio contributo potrà essere utile a tutti noi, ma prima di tutto ai popoli d’Italia e dell’Europa.

Fraterni saluti,
Alexis Tsipras

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Costituzione, “La Via Maestra”

Di seguito il testo dell’appello che ha convocato l’assemblea dell’8 settembre da cui scaturisce il percorso di mobilitazione per la difesa e l’applicazione della Costituzione.

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1. Di fronte alle miserie, alle ambizioni personali e alle rivalità di gruppi spacciate per affari di Stato, invitiamo i cittadini a non farsi distrarre. Li invitiamo a interrogarsi sui grandi problemi della nostra società e a riscoprire la politica e la sua bussola: la Costituzione. La dignità delle persone, la giustizia sociale e la solidarietà verso i deboli e gli emarginati, la legalità e l’abolizione dei privilegi, l’equità nella distribuzione dei pesi e dei sacrifici imposti dalla crisi economica, la speranza di libertà, lavoro e cultura per le giovani generazioni, la giustizia e la democrazia in Europa, la pace: questo sta nella Costituzione. La difesa della Costituzione non è uno stanco richiamo a un testo scritto tanti anni fa. Non è un assurdo atteggiamento conservatore, superato dai tempi. Non abbiamo forse, oggi più che mai, nella vita d’ogni giorno di tante persone, bisogno di dignità, legalità, giustizia, libertà? Non abbiamo bisogno di politica orientata alla Costituzione? Non abbiamo bisogno d’una profonda rigenerazione bonificante nel nome dei principi e della partecipazione democratica ch’essa sancisce?

Invece, si è fatta strada, non per caso e non innocentemente, l’idea che questa Costituzione sia superata; che essa impedisca l’ammodernamento del nostro Paese; che i diritti individuali e collettivi siano un freno allo sviluppo economico; che la solidarietà sia parola vuota; che i drammi e la disperazione di individui e famiglie siano un prezzo inevitabile da pagare; che la partecipazione politica e il Parlamento siano ostacoli; che il governo debba essere solo efficienza della politica economica al servizio degli investitori; che la vera costituzione sia, dunque, un’altra: sia il Diktat dei mercati al quale tutto il resto deve subordinarsi. In una parola: s’è fatta strada l’idea che la democrazia abbia fatto il suo tempo e che si sia ormai in un tempo post-democratico: il tempo della sostituzione del governo della “tecnica” economico-finanziaria al governo della “politica” democratica. Così, si spiegano le “ineludibili riforme” – come sono state definite –, ineludibili per passare da una costituzione all’altra.

La difesa della Costituzione è dunque innanzitutto la promozione di un’idea di società, divergente da quella di coloro che hanno operato finora tacitamente per svuotarla e, ora, operano per manometterla formalmente. È un impegno, al tempo stesso, culturale e politico che richiede sia messa in chiaro la natura della posta in gioco e che si riuniscano quante più forze è possibile raggiungere e mobilitare. Non è la difesa d’un passato che non può ritornare, ma un programma per un futuro da costruire in Italia e in Europa.

2. Eppure, per quanto si sia fatto per espungerla dal discorso politico ufficiale, nel quale la si evocava solo per la volontà di cambiarla, la Costituzione in questi anni è stata ben viva. Oggi, ci accorgiamo dell’attualità di quell’articolo 1 della Costituzione che pone il lavoro alla base, a fondamento della democrazia: un articolo a lungo svalutato o sbeffeggiato come espressione di vuota ideologia. Oggi, riscopriamo il valore dell’uguaglianza, come esigenza di giustizia e forza di coesione sociale, secondo la proclamazione dell’art. 3 della Costituzione: un articolo a lungo considerato un’anticaglia e sostituito dall’elogio della disuguaglianza e dell’illimitata competizione nella scala sociale. Oggi, la dignità della persona e l’inviolabilità dei suoi diritti fondamentali, proclamate dall’art. 2 della Costituzione, rappresentano la difesa contro la mercificazione della vita degli esseri umani, secondo le “naturali” leggi del mercato. Oggi, il dovere tributario e l’equità fiscale, secondo il criterio della progressività alla partecipazione alle spese pubbliche, proclamato dall’art. 53 della Costituzione, si dimostra essere un caposaldo essenziale d’ogni possibile legame di cittadinanza, dopo tanti anni di tolleranza, se non addirittura di giustificazione ed elogio, dell’evasione fiscale. Ecco, con qualche esempio, che cosa è l’idea di società giusta che la Costituzione ci indica.

Negli ultimi anni, la difesa di diritti essenziali, come quelli alla gestione dei beni comuni, alla garanzia dei diritti sindacali, alla protezione della maternità, all’autodeterminazione delle persone nei momenti critici dell’esistenza, è avvenuta in nome della Costituzione, più nelle aule dei tribunali che in quelle parlamentari; più nelle mobilitazioni popolari che nelle iniziative legislative e di governo. Anzi, possiamo costatare che la Costituzione, quanto più la si è ignorata in alto, tanto più è divenuta punto di riferimento di tante persone, movimenti, associazioni nella società civile. Tra i più giovani, i discorsi di politica suonano sempre più freddi; i discorsi di Costituzione, sempre più caldi, come bene sanno coloro che frequentano le aule scolastiche. Nel nome della Costituzione, ci si accorge che è possibile parlare e intendersi politicamente in un senso più ampio, più elevato e lungimirante di quanto non si faccia abitualmente nel linguaggio della politica d’ogni giorno.

In breve: mentre lo spazio pubblico ufficiale si perdeva in un gioco di potere sempre più insensato e si svuotava di senso costituzionale, ad esso è venuto affiancandosi uno spazio pubblico informale più largo, occupato da forze spontanee. Strade e piazze hanno offerto straordinarie opportunità d’incontro e di riconoscimento reciproco. Devono continuare ad esserlo, perché lì la novità politica ha assunto forza e capacità di comunicazione; lì si sono superati, per qualche momento, l’isolamento e la solitudine; lì si è immaginata una società diversa. Lì, la parola della Costituzione è risuonata del tutto naturalmente.

3. C’è dunque una grande forza politica e civile, latente nella nostra società. La sua caratteristica è stata, finora la sua dispersione in tanti rivoli e momenti che non ha consentito di farsi valere come avrebbe potuto, sulle politiche ufficiali. Si pone oggi con urgenza, tanto maggiore quanto più procede il tentativo di cambiare la Costituzione in senso meramente efficientistico-aziendalistico (il presidenzialismo è la punta dell’iceberg!), l’esigenza di raccogliere, coordinare e potenziare il bisogno e la volontà di Costituzione che sono diffusi, consapevolmente e, spesso, inconsapevolmente, nel nostro Paese, alle prese con la crisi politica ed economica e con la devastazione sociale che ne consegue.

Anche noi abbiamo le nostre “ineludibili riforme”. Ma, sono quelle che servono per attuare la Costituzione, non per cambiarla.

Lorenza Carlassare

Don Luigi Ciotti

Maurizio Landini

Stefano Rodotà

Gustavo Zagrebelsky

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Lacrime di … Caimano

“Letta sappia che cadrà con me”. Questo l’ultimo avvertimento del Caimano al Governo delle “larghe intese”. Questa l’exit strategy del Cavaliere che, dopo aver calpestato per anni il principio costituzionale dell’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla Legge, ora pretenderebbe di porvisi al di sopra, contrastando l’iter della decadenza dalla carica di senatore, nonostante la condanna definitiva a 4 anni di reclusione sancita dalla Corte di Cassazione a conclusione del processo Mediaset per frode fiscale che ha visto coinvolto l’ex premier Berlusconi.
Il Cavaliere sa di non avere le carte in regola per chiedere la Grazia, la concessione della quale sarebbe un ulteriore oltraggio alla dignità di questo Paese, ormai provata oltre misura.

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Questo l’ultimo di una lunga serie di ricatti che hanno piegato, e continuano a piegare, il Partito Democratico, letteralmente allo sbando e incapace di scegliere tra salvare Berlusconi o salvare questo Paese dall’inevitabile rovina che lo attende nell’imminente autunno se non si troverà il coraggio di respingere con fermezza ogni forma di ricatto per dare invece le risposte che il Paese attende dopo oltre un anno di inconcludenti politiche di auterity e nessuna concreta iniziativa per avviare processi virtuosi di risanamento e crescita. Oltre un anno di politiche sbagliate, forse anche colpevolmente volute, che hanno trascinato il Paese nel pericoloso tunnel della recessione che, a sua volta, potrebbe degenerare in depressione e portare il Paese al default.

E’ assurdo, e vergognoso, che una intera Nazione sia lasciata ostaggio di un uomo pieno solo di sè, pronto a dar battaglia a tutti e tutto pur di salvare la propria pellaccia, incurante dell’inevitabile clima di guerra civile che potrebbe seguire ai suoi incitamenti a una improbabile crociata dei suoi sostenitori contro le decisioni della Magistratura oltre che del clima di ingovernabilità e caos che potrebbe verificarsi con le dimissioni di massa dei parlamentari pdl qualora il voto in Giunta sulla decadenza di Berlusconi da senatore dovesse dar ragione alla condanna subita ad opera della Magistratura.

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Il Prof. Monti e la tattica del prosciutto

In un editoriale di Repubblica del 7 marzo intitolato “No di Alfano, Monti annulla vertice e scoppia il caso Riccardice n’è per tutto e per tutti.
Il segretario Pdl si chiama fuori dall’incontro con il premier, Bersani e Casini su Rai e giustizia. Il leader Pd: “Atteggiamento incredibile”. Cicchitto: “Fiducia non su quelle materie”. Il ministro della Cooperazione: “E’ lo schifo della politica”.

Ma la cosa più stupefacente (o inquietante?) è che – prosciutto sugli occhiali – il Prof. Monti, imperturbato e robotico (come lo dipinge Crozza), rassicura (o prende per i fondelli?) gli italiani: “Nessun problema, i partiti mi appoggiano”;”Non ho alcun segno che la collaborazione stia incrinandosi, anzi mi è stato confermato il contrario, il continuo e convinto (sic!) sostegno”.

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Quanto questo sia (in)vero(simile) possiamo intercettarlo da certe inequivocabili dischiarazioni.

Fabrizio Cicchitto: “‘Abbiamo dato la fiducia a Monti affinché intervenga su questioni economiche e non su Rai e giustizia. E la fiducia continuerà ad averla se si occuperà di questo”. E non di altro.
Alfano, ai microfoni del Tg1: “La sinistra usa un diversivo per parlare di Rai e giustizia. Noi invece vogliamo parlare dei problemi del Paese, la crisi, la crescita, il lavoro, se loro non sono pronti e vogliono occuparsi dei problemi del Palazzo lo dicano chiaramente”

Riccardi, ministro della Cooperazione Internazionale, in uno scambio di battute con i ministri Severino e Balduzzi: “Alfano voleva solo creare il caso. Vogliono solo strumentalizzare, ed è la cosa che mi fa più schifo della politica, ma quei tempi sono finiti. Loro hanno grossi problemi nel trovare l’accordo sulla legge elettorale”.

Fabrizio Cicchitto: “Se al Ministro Riccardi facciamo schifo può benissimo prendere definitivamente le distanze da noi dimettendosi. In caso diverso metterebbe in evidenza una straordinaria dose di doppiezza e di opportunismo continuando a fare il Ministro con il voto di chi disprezza”.

Bersani: “Non c’è nessun problema tra i partiti. Noi siamo pronti a discutere di tutto, se qualcuno non lo è lo dica. Il gesto di Alfano è totalmente inopinato e inaspettato. Il problema di Alfano non è che ci siano in agenda solo Rai e giustizia, ma che ci siano anche Rai e giustizia, e in particolare giustizia”; “Sui temi sociali, della democrazia e della giustizia, io non mi trovo quasi mai d’accordo con loro e loro quasi mai con me. E’ naturale perché bisogna dire agli italiani che Paese si vuole. A meno che noi non decidiamo di sospendere le elezioni e la democrazia”.

Già, è proprio quest’ultimo il punto:  l’ unica cosa che accomuna la Casta è la collegiale risolutezza nel sospendere la democrazia, mettendo per ultima magari proprio la riforma della legge elettorale, su cui la posticcia maggioranza PD-PDL-UDC troverà di certo un accordo, quello di infinocchiare e truffare, per ora e per sempre, il “popolo sovrano”.

Ecco, questa è la maggioranza su cui poggia la fiducia al Prof. Monti e al “governo dei professori”. E se, tra i tanti falsi litinganti, c’è qualcuno che proprio non ci gode, quella è l’Italia, l’Italia degli onesti cittadini e lavoratori, che, come Pantalone, pagano per tutto e per tutti.

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Un Guiness per il Cavaliere

Alla vigilia della conclusione del processo Mills, nel quale l’ex (ex?) premier è imputato per corruzione in atti giudiziari, il Martire di Arcore si candida ad entrare nel Guiness dei Primati.

Berlusconi il più perseguitato della storia

“Il processo Mills è soltanto uno dei tanti processi che si sono inventati a mio riguardo”, dice Berlusconi e aggiunge: “In totale più di cento procedimenti, più di novecento magistrati che si sono occupati di me e del mio gruppo, 588 visite della polizia giudiziaria e della guardia di finanza, 2.600 udienze in quattordici anni, più di 400 milioni di euro per le parcelle di avvocati e consulenti. Dei record davvero impressionanti, di assoluto livello non mondiale ma universale, dei record di tutto il sistema solare”.

Ma, signor ex (ex?) Presidente del Consiglio, mi consenta. Dei due l’una: o lei – per entrare nel Guiness dei Primati – spara numeri con esponenti a due cifre, oppure non sarà uno stinco di santo se più di novecento magistrati si impicciano dei fatti suoi. Non le pare?

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Banchieri e Professori alla berlina

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Saranno in molti a sapere che la “messa alla berlina” era una pena medievale che consisteva nell’esporre il condannato alla folla (che lo prendeva in giro e gli tirava contro oggetti di ogni tipo) con appeso al collo un cartello recante il nome del delitto del quale il condannato si era reso colpevole.

Nessuno oggi si sognerebbe di mettere alla berlina nessuno perchè tutti, bene o male, siamo consapevoli di essere piccoli o grandi “peccatori”.

E così ci hanno pensato loro stessi, il “Governo dei Professori”, a mettersi alla berlina, che già alla berlina avevano messo il concetto di “equità” imbrattandolo di attributi che mai nessun glossario, dizionario ed enciclopedia dei saperi, gli aveva mai abbottonati.

E già, perchè, tutto sommato, sono essi stessi consapevoli che c’è un abisso tra i loro fortunati cachet e la miseria cui stanno condannando il Paese reale, quello dei più, cittadini onesti o diseredati.

Di questo “Governo”, il Ministro Fornero è la metafora più grottesca, presa com’è dalla smania di cambiare le regole del gioco nel mercato del lavoro, anche senza intesa con i rappresentanti del mondo del lavoro, pur di passare alla storia con una riforma storica che immortali la trasformazione del mercato del lavoro in mercato degli schiavi, di medioevale memoria.

Per i più curiosi: a questo link gli scenografici cartellini degli averi, quelli naturalmente più in vista, del Governo dei Professori e dei Banchieri.

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Caro Prof, scenda per un attimo dalla cattedra

Il Prof. Monti, che non perde l’abitudine di trattare tutti come scolaretti da alfabetizzare, ne ha detta un’altra delle sue. Il che, tragicamente, lo avvicina sempre più, almeno in quanto a qualità da statista, al suo predecessore.

Il Prof. Monti: che monotonia il posto fisso (sic!)

Una risposta autorevole alla “provocazione” del Professore, possiamo trarla dalla Prefazione di Joseph E. Stiglitz, premio Nobel per l’Economia, al libro di Beppe Grillo “Schiavi Moderni, Il Precario nell’Italia delle Meraviglie”:

Caro Beppe,
dall’Italia mi giungono notizie allarmanti: la legge sul primoimpiego viene ritirata in Francia dopo poche settimane di mobilitazione studentesca e da voi la legge 30 resiste senza opponenti dopo anni.
Permettimi allora una breve riflessione. Nessuna opportunità è più importante dell’opportunità di avere un lavoro. Politiche volte all’aumento della flessibilità del lavoro, un tema che ha dominato il dibattito economico negli ultimi anni, hanno spesso portato a livelli salariali più bassi e ad una minore sicurezza dell’impiego. Tuttavia, esse non hanno mantenuto la promessa di garantire una crescita più alta e più bassi tassi di disoccupazione. Infatti, tali politiche hanno spesso conseguenze perverse sulla performance dell’economia, ad esempio una minor domanda di beni, sia a causa di più bassi livelli di reddito e maggiore incertezza, sia a causa di un aumento dell’indebitamento delle famiglie. Una più bassa domanda aggregata a sua volta si tramuta in più bassi livelli occupazionali.
Qualsiasi programma mirante alla crescita con giustizia sociale deve iniziare con un impegno mirante al pieno impiego delle risorse esistenti, e in particolare della risorsa più importante dell’Italia: la sua gente. Sebbene negli ultimi 75 anni, la scienza economica ci abbia detto come gestire meglio l’economia, in modo che le risorse fossero utilizzate appieno, e che le recessioni fossero meno frequenti e profonde, molte delle politiche realizzate non sono state all’altezza di tali aspirazioni. L’Italia necessita di migliori politiche volte a sostenere la domanda aggregata; ma ha anche bisogno di politiche strutturali che vadano oltre – e non facciano esclusivo affidamento sulla flessibilità del lavoro. Queste ultime includono interventi sui programmi di sviluppo dell’istruzione e della conoscenza, e azioni dirette a facilitare la mobilità dei lavoratori. Condivido l’idea per cui le rigidità che ostacolano la crescita di un’economia debbano essere ridotte. Tuttavia ritengo anche che ogni riforma che comporti un aumento dell’insicurezza dei lavoratori debba essere accompagnata da un aumento delle misure di protezione sociale. Senza queste la flessibilità si traduce in precarietà. Tali misure sono ovviamente costose. La legislazione non può prevedere che la flessibilità del lavoro si accompagni a salari più bassi; paradossalmente, maggiore la probabilità di essere licenziati, minori i salari, quando dovrebbe essere l’opposto. Perfino l’economia liberista insegna che se proprio volete comprare un bond ad alto rischio (tipo quelli argentini o Parmalat, ad alto rischio di trasformazione in carta straccia), vi devono pagare interessi molto alti. I salari pagati ai lavoratori flessibili devono esser più alti e non più bassi, proprio perché più alta è la loro probabilità di licenziamento.
In Italia un precario ha una probabilità di esser licenziato nove volte maggiore di un lavoratore regolare, una probabilità di trovare un nuovo impiego, dopo la fine del contratto, cinque volte minore e fino al 40% dei lavoratori precari è laureato. Ma se li mettete a servire patatine fritte o nei call-center, perché spendere tanto per istruirli?

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