Archivio di febbraio 2012
Un Guiness per il Cavaliere
Alla vigilia della conclusione del processo Mills, nel quale l’ex (ex?) premier è imputato per corruzione in atti giudiziari, il Martire di Arcore si candida ad entrare nel Guiness dei Primati.

“Il processo Mills è soltanto uno dei tanti processi che si sono inventati a mio riguardo”, dice Berlusconi e aggiunge: “In totale più di cento procedimenti, più di novecento magistrati che si sono occupati di me e del mio gruppo, 588 visite della polizia giudiziaria e della guardia di finanza, 2.600 udienze in quattordici anni, più di 400 milioni di euro per le parcelle di avvocati e consulenti. Dei record davvero impressionanti, di assoluto livello non mondiale ma universale, dei record di tutto il sistema solare”.
Ma, signor ex (ex?) Presidente del Consiglio, mi consenta. Dei due l’una: o lei – per entrare nel Guiness dei Primati – spara numeri con esponenti a due cifre, oppure non sarà uno stinco di santo se più di novecento magistrati si impicciano dei fatti suoi. Non le pare?
Banchieri e Professori alla berlina

Saranno in molti a sapere che la “messa alla berlina” era una pena medievale che consisteva nell’esporre il condannato alla folla (che lo prendeva in giro e gli tirava contro oggetti di ogni tipo) con appeso al collo un cartello recante il nome del delitto del quale il condannato si era reso colpevole.
Nessuno oggi si sognerebbe di mettere alla berlina nessuno perchè tutti, bene o male, siamo consapevoli di essere piccoli o grandi “peccatori”.
E così ci hanno pensato loro stessi, il “Governo dei Professori”, a mettersi alla berlina, che già alla berlina avevano messo il concetto di “equità” imbrattandolo di attributi che mai nessun glossario, dizionario ed enciclopedia dei saperi, gli aveva mai abbottonati.
E già, perchè, tutto sommato, sono essi stessi consapevoli che c’è un abisso tra i loro fortunati cachet e la miseria cui stanno condannando il Paese reale, quello dei più, cittadini onesti o diseredati.
Di questo “Governo”, il Ministro Fornero è la metafora più grottesca, presa com’è dalla smania di cambiare le regole del gioco nel mercato del lavoro, anche senza intesa con i rappresentanti del mondo del lavoro, pur di passare alla storia con una riforma storica che immortali la trasformazione del mercato del lavoro in mercato degli schiavi, di medioevale memoria.
Per i più curiosi: a questo link gli scenografici cartellini degli averi, quelli naturalmente più in vista, del Governo dei Professori e dei Banchieri.
Caro Prof, scenda per un attimo dalla cattedra
Il Prof. Monti, che non perde l’abitudine di trattare tutti come scolaretti da alfabetizzare, ne ha detta un’altra delle sue. Il che, tragicamente, lo avvicina sempre più, almeno in quanto a qualità da statista, al suo predecessore.
Una risposta autorevole alla “provocazione” del Professore, possiamo trarla dalla Prefazione di Joseph E. Stiglitz, premio Nobel per l’Economia, al libro di Beppe Grillo “Schiavi Moderni, Il Precario nell’Italia delle Meraviglie”:
Caro Beppe,
dall’Italia mi giungono notizie allarmanti: la legge sul primoimpiego viene ritirata in Francia dopo poche settimane di mobilitazione studentesca e da voi la legge 30 resiste senza opponenti dopo anni.
Permettimi allora una breve riflessione. Nessuna opportunità è più importante dell’opportunità di avere un lavoro. Politiche volte all’aumento della flessibilità del lavoro, un tema che ha dominato il dibattito economico negli ultimi anni, hanno spesso portato a livelli salariali più bassi e ad una minore sicurezza dell’impiego. Tuttavia, esse non hanno mantenuto la promessa di garantire una crescita più alta e più bassi tassi di disoccupazione. Infatti, tali politiche hanno spesso conseguenze perverse sulla performance dell’economia, ad esempio una minor domanda di beni, sia a causa di più bassi livelli di reddito e maggiore incertezza, sia a causa di un aumento dell’indebitamento delle famiglie. Una più bassa domanda aggregata a sua volta si tramuta in più bassi livelli occupazionali.
Qualsiasi programma mirante alla crescita con giustizia sociale deve iniziare con un impegno mirante al pieno impiego delle risorse esistenti, e in particolare della risorsa più importante dell’Italia: la sua gente. Sebbene negli ultimi 75 anni, la scienza economica ci abbia detto come gestire meglio l’economia, in modo che le risorse fossero utilizzate appieno, e che le recessioni fossero meno frequenti e profonde, molte delle politiche realizzate non sono state all’altezza di tali aspirazioni. L’Italia necessita di migliori politiche volte a sostenere la domanda aggregata; ma ha anche bisogno di politiche strutturali che vadano oltre – e non facciano esclusivo affidamento sulla flessibilità del lavoro. Queste ultime includono interventi sui programmi di sviluppo dell’istruzione e della conoscenza, e azioni dirette a facilitare la mobilità dei lavoratori. Condivido l’idea per cui le rigidità che ostacolano la crescita di un’economia debbano essere ridotte. Tuttavia ritengo anche che ogni riforma che comporti un aumento dell’insicurezza dei lavoratori debba essere accompagnata da un aumento delle misure di protezione sociale. Senza queste la flessibilità si traduce in precarietà. Tali misure sono ovviamente costose. La legislazione non può prevedere che la flessibilità del lavoro si accompagni a salari più bassi; paradossalmente, maggiore la probabilità di essere licenziati, minori i salari, quando dovrebbe essere l’opposto. Perfino l’economia liberista insegna che se proprio volete comprare un bond ad alto rischio (tipo quelli argentini o Parmalat, ad alto rischio di trasformazione in carta straccia), vi devono pagare interessi molto alti. I salari pagati ai lavoratori flessibili devono esser più alti e non più bassi, proprio perché più alta è la loro probabilità di licenziamento.
In Italia un precario ha una probabilità di esser licenziato nove volte maggiore di un lavoratore regolare, una probabilità di trovare un nuovo impiego, dopo la fine del contratto, cinque volte minore e fino al 40% dei lavoratori precari è laureato. Ma se li mettete a servire patatine fritte o nei call-center, perché spendere tanto per istruirli?






















